Che cos’è Facebook?” “Un social network” “Sbagliato!” “È il tuo giornale personalizzato”. “Esatto! È ciò che dovrei leggere e a cui dovrei pensare, recapitato a me personalmente ogni giorno”.

Inizia così, il 25 aprile 2011, l’esperienza di Antonio Garcia Martinez a Facebook, nell’ambito della creazione dei meccanismi di pubblicità personalizzata che oggi valgono una fortuna. Lo ha raccontato in un’intervista a L’Espresso.

E ormai lo sappiamo bene: Facebook non è solo un social network. È il mondo reinterpretato non più tramite gli intermediari tradizionali – giornali, televisioni, politica – ma attraverso la rete delle proprie relazioni sociali che si fanno esse stesse intermediarie d’informazioni.

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Facebook, la democrazia e le “dark ads”

La democrazia può sopravvivere a Facebook?

Dare una visione del mondo personalizzata ad ogni utente è sempre stato uno degli obiettivi di Facebook. Se prima ognuno aveva diritto alla propria opinione, oggi ciascuno ha diritto alla propria versione delle verità. Tutto questo, secondo Martinez, non è ben conciliabile con la democrazia. Non che sia Facebook a distruggerla, ma sicuramente esso amplifica le tendenze in atto e le peggiora.

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Ad esempio, Facebook potrebbe manipolare l’esito del voto durante le elezioni?

In un mondo mediato dal digitale, tutto diventa marketing: le relazioni sociali esattamente come la politica. Ma il rischio di manipolazioni – soprattutto nell’ambito politico – non sta tanto nel proporre agli utenti informazioni selezionate e mirate, quanto il fatto che ognuno è inserito all’interno di una rete che diventa la propria realtà, selezionata dagli altri. 

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Inoltre, circondandosi di alcune persone piuttosto che di altre è ovvio che un utente risulta esposto maggiormente ad un certo tipo di informazioni e contenuti e non ad altri.

Eppure i messaggi di propaganda mirata a scopi politici, oggi vengono definiti “dark ads”Si tratta di messaggi costruiti sul profilo del singolo elettore, di cui gli altri non sono al corrente. Tuttavia, secondo Martinez, le si potrebbe chiamare semplicemente “ads”. Sì, perché, in realtà, in qualunque campagna di advertising gli utenti non vedono ogni singolo messaggio. La regolamentazione di questo campo, ancora oggi, non è semplice da realizzare.

Pubblicità e Facebook come social utility

Oggi Facebook si fonda principalmente sulla pubblicità, ma a quanto pare c’è stato un tempo in cui non era così. Come racconta Martinez, anche se Facebook ha fatto della pubblicità la propria “personalissima” miniera d’oro, in realtà gli strumenti per realizzarla non hanno origine all’interno dell’azienda.

Casuale, infatti, è stato il successo ottenuto dall’inserimento della pubblicità sul News Feed dai dispositivi mobili: non è stata la prima azienda a realizzare tutto ciò, ma lo ha fatto al momento giusto. Quando la massa di utenti si stava riversando completamente sul mobile. 

Oggi Facebook, più che un social network, sembra presentarsi al mondo come una social utility, un servizio indispensabile come acqua, luce e gas, uno strumento di cui ci serviamo per definire la nostra identità online. 

Così come è strutturata la nostra società attualmente, non potremmo fare a meno di Facebook o di qualunque altro servizio dovesse rimpiazzarlo in futuro. Ma come ogni aspetto essenziale della vita civile delle persone, sarebbe necessario regolamentare, no? 

Secondo Martinez, è troppo difficile regolamentare Facebook perché “è impossibile che un’azienda che modifica il suo algoritmo ogni giorno, apra il cuore della sua proprietà intellettuale a un qualche ministero o autorità per la protezione dei dati. Se passasse una legge simile in un paese, Facebook semplicemente lo abbandonerebbe”.

La domanda che, a questo punto, sorge spontanea è: cosa se ne farebbe il pubblico dei dati derivanti dall’algoritmo di Facebook dal momento che non saprebbe neanche decodificarli? 

“Si potrebbero forse divulgare gli input di quel modello – conclude Martinez – Per esempio, se si basa su dati considerati eticamente discutibili. Ma anche qui: troppo spesso una certa retorica finisce per ritenere gli algoritmi responsabili di alcuni fatti politicamente scorretti, che tuttavia sono veri. E non è che un insieme di dati va ritenuto scorretto solo perché ci dice ciò che non riteniamo politicamente accettabile“. 

Fonte: L’Espresso – Utente di Facebook fatti furbo: “In un mondo mediato dal digitale, tutto diventa marketing”

980cookie-checkFacebook visto dall’interno: la democrazia è a rischio?
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